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Tu, starnuto involontario di chi
per breve la cava terra calpesta,
sicché diverso non puote né vuole,
ancor rimani, nè il suolo
con fare triste rivedi e brami.
Ove giace, se è, ‘l pensier tuo?
In lucente di vetro teca stai
e ammiri l’osservatori tua;
tanta burla ti provoca la poca
scienza dei posteri pazzi e stolti.
Vedesti le grandi ruine rodie
e di Ilion le sacre torri clamasti,
pure primo si pensa al denaro
che all’umana spezie in esto secolo.
Quanta fatica, tristezza e lacrima
per strapparti a tuo tempo morto!
Ti osservo, e riveggo il popolo
che tanto breve este valli percorse
quanto parìa imperituro.
Caddero a causa della fortuna,
tu giammai, e la memoria loro
e alimenti e sei alimentata.
L’uom tanto ammira e tanto medita,
che nell’agire sorge già la sera.
Cosa rimane? Ei scalpita, piange,
corre, salta, vive e poi scompare.
Le umane genti parimenti
sopraccombono e soccombono
e alla terra riedon già.
Dell’umana gente non rimane che,
infra brevi scarti di secoli,
una o due urne greche.